Che cosa sono
Le alterazioni della normale sequenza dei battiti cardiaci vengono dette aritmie.Quando si osserva un aumento anomalo dei battiti si parla di tachiaritmie o tachicardie. Se al contrario si ha una diminuzione anomala del numero dei battiti si parla di bradiaritmie o bradicardie.In entrambi i casi ci si trova di fronte ad una alterazione del normale funzionamento dei circuiti elettrici del cuore, che servono a veicolare lo stimolo elettrico che determina la contrazione del muscolo cardiaco.In condizioni normali tale stimolo ha origine in una "centralina" chiamata nodo del seno e collocata negli atrii, che sono la parte superiore del cuore.Dal nodo del seno lo stimolo elettrico viene veicolato verso il basso sino alla parte inferiore del cuore, i ventricoli.Per arrivare ai ventricoli lo stimolo elettrico deve transitare attraverso una sorta di "cancello", posto tra gli atrii ed i ventricoli, chiamato nodo atrio-ventricolare.Una volta giunto ai ventricoli ed attivata la contrazione del muscolo cardiaco lo stimolo elettrico si estingue.Quando lo stimolo elettrico origina da "centraline" anomale, diverse dal nodo del seno, viene chiamato extrasistole, oppure quando non si estingue ma continua ad essere veicolato all'interno del cuore, abbiamo le tachicardie, che vengono dette sopraventricolari o ventricolari a seconda della parte del cuore in cui si localizzano.Quando lo stimolo elettrico ha difficoltà ad avere origine dal nodo del seno oppure a transitare attraverso il nodo atrio-ventricolare per giungere ai ventricoli, si parla di blocco della conduzione cardiaca ( senoatriale, atrioventricolare, intraventricolare o di branca) con possibile evoluzione verso la bradicardia.
Come si presentano: i sintomi
La forma più semplice di tachiaritmia, l’extrasistole, può non essere minimamente apprezzata oppure manifestarsi come sensazione di irregolarità del battito cardiaco, talora associata alla percezione di un senso di "vuoto", come se per un momento il cuore si fermasse.Le tachicardie si manifestano con una chiara sensazione di marcato aumento del numero dei battiti cardiaci, che si possono succedere in modo regolare o irregolare. Quando la frequenza cardiaca è molto alta ci possono essere senso di schiacciamento al petto, mancanza di respiro, sudorazione, spossatezza, vertigini. Nelle forme più gravi si può arrivare alla perdita di coscienza.Nelle bradicardie si possono avere senso di affaticamento, ridotta tolleranza agli sforzi, vertigini, ed anche in questo caso, nelle forme più gravi, si può giungere alla perdita di coscienza.
Il loro significato: quando preoccuparsi
Non sempre il riscontro di un’aritmia cardiaca è da considerarsi espressione di una malattia di cuore.Extrasistoli possono normalmente comparire in persone sane; la febbre o lo sforzo fisico possono dare tachicardie, l'allenamento sportivo può dare bradicardie.Le aritmie possono inoltre originare da qualsiasi malattia di cuore ed anche da alcune malattie sistemiche come ad esempio le disfunzioni della ghiandola tiroide.La comparsa di una aritmia cardiaca deve pertanto essere sempre considerata con attenzione. Particolare cura va riservata alle extrasistoli frequenti e disturbanti, alle tachicardie contraddistinte da un inizio ed una fine improvvise, alle bradicardie di recente comparsa in persone anziane, alle aritmie in persone che hanno avuto improvvise perdite di coscienza.
Come si fa la diagnosi
Il primo esame da eseguire in una persona che abbia disturbi che fanno sospettare un’aritmia è l’elettrocardiogramma (ECG).Molto spesso questa metodica è già sufficiente a fornire informazioni su natura e gravità dell'aritmia.
E’ però possibile che l’ECG, in particolare se effettuato in assenza di disturbi, non dia informazioni adeguate.In questo caso le indagini vanno approfondite effettuando un elettrocardiogramma dinamico (Holter): elettrocardiogramma che viene eseguito mediante un registratore a cassetta collegato al paziente con elettrodi adesivi. Esso consente di seguire l'andamento del ritmo cardiaco durante le varie attività svolte dal paziente durante la giornata e durante la notte (24 ore), permettendo di raccogliere informazioni molto dettagliate su natura e caratteristiche degli eventuali disturbi del ritmo cardiaco.In alcuni casi un ulteriore approfondimento può essere ottenuto attraverso l’esecuzione di esami che favoriscono la comparsa di aritmie, permettendone una precisa identificazione.Questi esami suppletivi vengono detti tests provocativi e comprendono:
- prova da sforzo al cicloergometro: permette di seguire il ritmo cardiaco durante le sollecitazioni indotte da uno sforzo massimale su una bicicletta;
- studio elettrofisiologico transesofageo: una metodica molto semplice che attraverso un piccolo catetere con elettrodi posizionato in esofago consente di registrare l'attività elettrica del cuore e di verificare la risposta del cuore alla stimolazione elettrica;
- studio elettrofisiologico endocavitario: ha le stesse finalità dell'esame precedente ma è più complesso e più accurato poichè il catetere viene collocato all'interno del cuore;
- tests farmacologici: prevedono la somministrazione di farmaci in grado di influenzare il ritmo del cuore in modo da verificare la presenza di risposte anormali.
Accanto a questi esami atti ad identificare le caratteristiche e la natura dell’aritmia vanno poi eseguite indagini mirate a ricercare eventuali malattie di cuore o sistemiche, causa delle aritmie osservate.
Le cure
Di norma le aritmie non disturbanti nelle quali non sia stata riconosciuta la presenza di una malattia di cuore o sistemica non necessitano di alcun trattamento.Qualora invece sia stata identificata la presenza di una malattia di cuore o sistemica è opportuno, prima di intervenire direttamente sull’aritmia, tentare, quando possibile, di curare la malattia che produce l’aritmia.Molto spesso infatti aritmie cardiache che si manifestano in corso di ipertensione arteriosa, ischemia cardiaca, cardiomiopatie, disturbi della tiroide o dell'apparato digerente, migliorano o addirittura scompaiono una volta risolti questi quadri patologici.Esiste d'altra parte tutta una serie di condizioni nelle quali si rende invece opportuno un intervento curativo diretto sull’aritmia.
Extrasistoli. Quando non sia stato possibile identificare la presenza di una malattia sottostante queste aritmie sono da considerarsi assolutamente benigne. Tuttavia esse possono essere così frequenti da risultare comunque non tollerate. In questi casi un primo intervento curativo avviene con farmaci blandamente sedativi. Se questi risultano inefficaci si passa all'utilizzo dei farmaci antiaritmici. E’ questa una categoria di farmaci molto potenti: se utilizzati in modo improprio possono comportare effetti collaterali anche gravi.Il loro impiego va riservato ai casi in cui ve ne sia una reale necessità e durante il loro uso è fondamentale un assiduo controllo del loro effetto.
Tachicardie sopraventricolari. Raramente sono legate a malattie concomitanti. La loro cura si avvale pertanto di un intervento diretto, con il duplice scopo di interromperle una volta che si siano manifestate e di impedirne la ricomparsa.Il primo obiettivo viene perseguito con la somministrazione di farmaci antiaritmici o con la esecuzione di particolari manovre quali l’immersione del volto in acqua gelata o la contrazione dell'addome a bocca chiusa.Nei casi particolarmente resistenti può essere necessario interrompere l’aritmia mediante stimoli elettrici.Per evitare la ricomparsa di queste aritmie si ricorre di norma alla somministrazione di farmaci antiaritmici.
Negli ultimi tempi, anche in considerazione della frequente giovane età delle persone affette da tali aritmie e dei problemi conseguentemente legati all’assunzione cronica di una terapia antiaritmica, sono state perfezionate metodiche di risoluzione talvolta definitiva dell’aritmia.Mediante l'invio di energia termica attraverso cateteri endocavitari si cerca di eliminare i circuiti elettrici anomali che rendono possibile l'instaurarsi dell’aritmia.Con il passare degli anni questa metodica è risultata sempre più efficace e sempre meno gravata da complicanze, rappresentando quindi l'evoluzione futura per il trattamento di questo tipo di aritmie.
Tachicardie ventricolari. Sono quasi sempre associate a malattie cardiache che ne hanno determinato la comparsa.Per la loro cura, oltre a cercare di trattare quando possibile la malattia cardiaca sottostante, ci si avvale in prima istanza dei farmaci antiaritmici.Esistono purtroppo dei casi nei quali i farmaci, non sono in grado di controllare l’aritmia.Negli ultimi tempi è stata perfezionata una metodica che prevede il posizionamento definitivo di cateteri elettrici all'interno del cuore, collegati ad un piccolo computer, collocato sotto la pelle all'altezza della spalla, in grado di riconoscere la comparsa di queste aritmie e di inviare stimoli elettrici in grado di interromperle.
Bradicardie. Normalmente la cura è rappresentata dall'impianto di uno stimolatore cardiaco, o pacemaker, che si sostituisce ai circuiti e alle centraline cardiache rivelatesi insufficienti.Dai primi stimolatori di trent'anni fa che richiedevano uno zaino per essere contenuti e potevano inviare stimoli secondo un’unica frequenza, si è passati a quelli attuali, di dimensioni tali da poter essere contenuti in una scatola di fiammiferi ed in grado di variare la frequenza cardiaca secondo i bisogni del paziente.Essi vengono facilmente collocati in una piccola tasca ricavata nella pelle, solitamente sotto la spalla. Uno o due fili elettrici collegano lo stimolatore con la cavità del cuore e veicolano gli stimoli elettrici da esso inviati.L'intervento è ormai molto semplice, comporta bassissimi rischi, e non richiede anestesia generale.
I controlli dopo la cura
Quando per la cura dell’aritmia sia stato scelto un trattamento farmacologico è opportuno che il paziente si sottoponga a controlli periodici al fine di riconoscere tempestivamente la comparsa di eventuali effetti collaterali. E' inoltre utile la saltuaria ripetizione di elettrocardiogrammi dinamici per verificare l’efficacia della cura.
Questa seconda indicazione è valida anche per quei casi in cui si sia preferito un trattamento non farmacologico mediante intervento cardiochirurgico o endocavitario.
Per quanto riguarda infine i pacemaker va sottolineata l’estrema importanza di periodici controlli della carica dello stimolatore, effettuabile mediante appositi misuratori, al fine di riconoscere il momento, normalmente da 5 a 15 anni dopo l'impianto, in cui esso va sostituito.
Effetti collaterali e complicanze dei trattamenti
Per quanto riguarda le cure farmacologiche, a seconda del tipo di farmaco usato si possono avere: abbassamenti eccessivi della pressione arteriosa, bradicardie, alterazioni a livello polmonare, epatico e delle vie urinarie.
Ancora ci possono essere tremori, vertigini, modificazioni della funzione tiroidea, alterazioni della sensibilità della pelle alla luce.
Sono state descritte infine variazioni a livello dei globuli rossi e bianchi.
Gli interventi cardiochirurgici o endocavitari per il trattamento delle tachicardie, comportano oggigiorno una mortalità perioperatoria molto bassa.
L'impianto dei pacemaker e dei defibrillatori può raramente associarsi ad infezioni della tasca cutanea in cui viene collocato l’apparecchio.
Sporadicamente difetti di funzionamento nei primi giorni dopo l'intervento possono richiedere il riposizionamento dei pacemaker.
A volte si può osservare la comparsa di vertigini, mancanza di respiro, senso di peso al giugulo. E' il quadro definito come sindrome da pacemaker, legato ad una non perfetta tolleranza del cuore alla stimolazione artificiale.
A chi rivolgersi
Una diagnosi accurata e soprattutto un’adeguata impostazione terapeutica sono di norma prerogativa dello specialista cardiologo.
Per gli interventi non farmacologici è opportuno rivolgersi ai centri specializzati in aritmologia.
LA CARDIOPATIA
ISCHEMICA:
ISCHEMIA ED INFARTO DEL CUORE
Che cosa è
La cardiopatia ischemica è una malattia determinata da un ridotto apporto di sangue al cuore per l'ostruzione o il restringimento dei vasi che nutrono il muscolo cardiaco, il miocardio. Questi vasi, chiamati arterie coronarie, sono soggetti, come altre arterie di vari distretti corporei, ad un processo di irrigidimento e di deposizione di grassi sulle pareti, fenomeno comunemente noto con il nome di aterosclerosi, che si sviluppa abitualmente con il trascorrere degli anni.
E' utile precisare la differenza esistente fra le due forme principali di tale malattia: l'angina pectoris e l'infarto del miocardio.
L' angina pectoris è determinata da una "transitoria" riduzione del flusso di sangue arterioso al cuore, cioè da un apporto di sangue insufficiente alle richieste di quel preciso momento: ciò comporta uno stato di scarsa ossigenazione del territorio di miocardio irrorato dalle coronarie, noto come ischemia miocardica. Nella grande maggioranza dei casi tale evenienza si manifesta quando un vaso è parzialmente occluso da lesioni aterosclerotiche; in condizioni di riposo esse possono non ostacolare il normale funzionamento cardiaco, ma sotto sforzo o stress impediscono di soddisfare completamente le richieste di ossigeno del muscolo cardiaco.
Nell'infarto miocardico si ha invece la totale chiusura dell'arteria coronarica, quindi un danno irreversibile della porzione di cuore interessata, con morte del tessuto corrispondente.
La cardiopatia ischemica è la più comune causa di morte nei paesi industrializzati, ed è per tale motivo che è importante conoscerne le cause per poterla prevenire.
I fattori di rischio coronarico
Vi sono dei fattori cosidetti "di rischio" che predispongono all'insorgenza di questa malattia. Valori di colesterolo superiori alla norma, l'ipertensione arteriosa, il fumo di sigaretta, il diabete , lo stress e la vita sedentaria sono alcuni di questi fattori modificabili da terapie medico-dietetiche e da un più regolare stile di vita. Anche la presenza della malattia nella propria famiglia, il progredire dell'età ed il sesso maschile sono considerati importanti fattori di rischio, ovviamente non suscettibili di modificazioni.
Come si presenta: i sintomi
La sintomatologia della cardiopatia ischemica ha elementi comuni nelle differenti forme di presentazione, angina ed infarto: entrambi si manifestano con dolori toracici simili ad una sensazione di peso (angina vuol dire costrizione), possono essere irradiati al collo, alle spalle e agli arti superiori, talora sono accompagnati da sudorazione fredda e svenimenti. I dolori dell'angina durano solo alcuni minuti, mentre quelli dell'infarto durano assai di più e possono non passare con i farmaci che solitamente risolvono i sintomi dell'angina. Il dolore è comunente sordo, a partenza interna, non interessa le strutture ossee superficiali, non si modifica con i movimenti del torace.
Nelle forme più comuni i dolori anginosi compaiono in relazione ad un maggior lavoro cardiaco: uno sforzo fisico, un intenso stress emotivo o anche più semplicemente con l'esposizione al freddo; non è tuttavia raro che questi disturbi compaiono in condizioni di apparente benessere. E' importante sottolineare che il persistere del dolore per più di 5-10 minuti deve far immediatamente sospettare un infarto, e quindi indurre il paziente a prender contatto con strutture sanitarie competenti.
Talvolta i disturbi dell'infarto possono essere localizzati a livello dello stomaco, simulando un’indigestione: è consigliabile non sottovalutare questi segnali, specie in persone non soggette a disturbi digestivi.
Come si fa la diagnosi
Attraverso una minuziosa raccolta delle caratteristiche dei sintomi accusati dal paziente e dei fattori di rischio dello stesso, il medico può avere informazioni preziose per sospettare una cardiopatia ischemica e proseguire con gli accertamenti diagnostici del caso.
Il primo esame da eseguire è l'elettrocardiogramma basale che nel paziente asintomatico, non sempre evidenzia un'ischemia; in questo caso è opportuno effettuare un elettrocardiogramma sotto sforzo.
Lo sforzo fisico ha il fine di fare aumentare i battiti cardiaci e quindi il consumo di ossigeno con conseguente induzione di ischemia evidenziabile con il tracciato elettrocardiografico e/o con l'insorgenza dei sintomi precedentemente descritti.
Se i risultati ottenuti da quest'ultima metodica diagnostica lasciano dei dubbi interpretativi si può sottoporre il paziente ad un'indagine più fine: la scintigrafia miocardica.
Essa consiste nell'iniettare per via endovenosa, al culmine dello sforzo fisico, una sostanza che evidenzierà le zone ischemiche del cuore.
La coronarografia è l’esame più indicato per studiare la gravità della malattia coronarica.
La coronarografia
L'indicazione all'esecuzione di quest'ultima metodica dev'essere sempre posta da un cardiologo dopo aver attentamente vagliato la situazione clinica del paziente.
La coronarografia è un esame cruento che consiste nell' introdurre attraverso un’arteria periferica, dopo anestesia locale, una serie di cateteri, che vengono sospinti fino al punto di origine delle coronarie: a questo punto viene iniettato nelle stesse un mezzo di contrasto e si registra un filmato, che evidenzia con precisione la gravità e la localizzazione del restringimenti coronarici.
Le coronarie prendono origine dall'aorta, il primo e più grosso vaso del corpo umano, che appena uscito dal cuore dà origine alla coronaria destra e sinistra: quest'ultima dopo un breve tragitto comune, il tronco cumune, si biforca in interventricolare o discendente anteriore e arteria circonflessa. In base all'interessamento di uno o più di queste tre arterie principali si può parlare di malattia mono-, bi- o trivascolare.
Tale metodica, attualmente di utilizzo abbastanza comune nello studio di questa malattia, presenta come altre metodiche di tipo angiografico rischi che vanno valutati nel rapporto costo-beneficio per ogni singolo paziente. La maggior parte del rischio è relativo a possibili reazioni allergiche alla sostanza (mezzo di contrasto) che viene iniettata per visualizzare i vasi. Minori, seppur presenti, sono i rischi legati al possibile scatenamento dell'ischemia. E' importante sottolineare che non si tratta di manovre dolorose.
Scopo della coronarografia è quello di valutare se le lesioni e la funzione cardiaca sono adeguate in modo da ottenere un beneficio da interventi chirurgici o parachirurgici ("bypass aortocoronarico" e "angioplastica")
La prevenzione
La prevenzione della cardiopatia ischemica si basa sulla prevenzione dell'aterosclerosi, malattia che inizia in giovane età e che naturalmente progredisce con il passare degli anni. Bisogna quindi intervenire su quei fattori di rischio modificabili molto precocemente ed assumere abitudini di vita che ci proteggano nel corso degli anni.
Tassativi sono:
l'astensione dal fumo;
avere una regolare attività fisica;
seguire norme dietetiche che contollino l'assunzione dei grassi ed in particolare del colesterolo.
Se sono presenti ipertensione arteriosa o diabete è bene che tali patologie siano accuratamente controllate da adeguate terapie.
Se si sono già manifestati i segni clinici di danno sui vasi può essere indicata una terapia con farmaci antiaggreganti, che rendono più difficile la deposizione dei coaguli nelle arterie.
Come si cura l'angina pectoris
La comparsa del tipico dolore anginoso, di solito ben riconosciuto dal paziente, impone la sospensione immediata di qualsiasi attività fisica: quindi fermarsi, possibilmente sedersi o meglio coricarsi, e porre sotto la lingua una perla o una compressa di nitroderivato. Tale farmaco nel giro di pochi minuti deve risolvere completamente il dolore. Se dopo 5-10 minuti il dolore fosse ancora presente si può assumere secondo le stesse modalità un'altra pastiglia: se il dolore dovesse persistere ugualmente bisogna farsi condurre immediatamente al più vicino ospedale.
La terapia della malattia coronarica impiega farmaci che riducono il consumo d'ossigeno del cuore, agendo con molteplici meccanismi sui vasi sanguigni, sul numero dei battiti cardiaci o rendendo più fluido il sangue: se tali medicamenti non sono sufficienti a dominare l'ischemia è necessario prendere in considerazione altri presidi terapeutici: l'angioplastica coronarica o il by-pass aortocoronarico.
La terapia dell'infarto miocardico acuto
L'infarto miocardico è un’urgenza cardiologica che richiede cure il più precoci possibili e quindi l'osservazione ed il ricovero del paziente in un ambiente di terapia intensiva, l’ Unità Coronarica. Il successo della terapia è in gran parte legato alla rapidità d'intervento medico al comparire dei sintomi. La mortalità per infarto negli ultimi 25 anni si è dimezzata grazie a queste unità di cura, dove è possibile intervenire su complicanze soprattutto di carattere aritmico ed alla disponibilità di nuovi farmaci, tanto più efficaci se somministrati precocemente all'inizio dei sintomi.
Oltre ai farmaci indicati nella terapia dell'ischemia, sono disponibili sostanze come, i trombolitici, in grado di sciogliere il coagulo di sangue che ha causato l'infarto, e quindi di ridurre al minimo la quantità di tessuto miocardico interessato al fenomeno di necrosi.
Anche per l'infarto può essere necessario in rari casi ricorrere all'angioplastica o alla cardiochirurgia.
L'angioplastica coronarica
Con l'esecuzione della coronarografia è possibile talora evidenziare delle lesioni aterosclerotiche all'interno delle coronarie che possono essere drasticamente ridotte e quasi eliminate gonfiando per un breve periodo all'interno del vaso un palloncino. Il palloncino schiacciando la placca occludente il lume del vaso aumenta il flusso di sangue, producendo una migliore irrorazione del cuore. Tale metodica è chiamata angioplastica transcutanea, perchè utilizza anch'essa come la coronarografia, dei cateteri che vengono fatti avanzare da una arteria periferica fino al cuore, senza necessità di intervento chirurgico.
Lo stent
Di fronte ad una placca aterosclerotica giudicata dal cardiologo a rischio per futuri eventi ischemici è possibile posizionare dopo l’esecuzione dell’angioplastica, un dispositivo metallico che impedisce il riformarsi dell’ostruzione e mantenere pertanto pervia la coronaria.
Tale dispositivo metallico prende il nome di stent.
Così come per l’angioplastica il posizionamento dello stent avviene senza dover sottoporre il paziente ad anestesia generale.
Il by-pass aorto-coronarico
Un’ostruzione di un vaso può essere superata creando una sorta di ponte che collega monte e valle della lesione utilizzando un vaso del paziente, in genere la vena safena della gamba o una arteria toracica. Abitualmente questo intervento di bypass è indicato quando sono interessati almeno due vasi coronarici principali. L'intervento di cardiochirurgia prevede l'impiego di una macchina cuore-polmone, in grado di sostituire il cuore per il tempo necessario all'intervento.
L'IPERTENSIONE ARTERIOSA
Che cosa è
Con il termine di ipertensione arteriosa si definisce un aumento anormale della pressione arteriosa. La pressione arteriosa è l’energia con la quale il sangue circola nei vasi arteriosi.
Essa dipende dalla spinta impressa dal cuore al sangue e dalla elasticità dei vasi arteriosi: più questi sono rigidi e più la pressione sarà alta.
I valori della pressione arteriosa variano con l'età, tendendo ad aumentare con il passare degli anni, e nel corso della giornata, risultando più alti al risveglio, tendendo a diminuire durante il giorno, aumentando in caso di sollecitazioni fisiche ed emotive.
Si può quindi comprendere come non esistano in senso assoluto valori di pressione arteriosa normali e la definizione di limiti netti possa risultare arbitraria.
E' in ogni caso desiderabile, alla luce degli studi effettuati una pressione arteriosa con valori inferiori a 140/90 mmHg, dove il primo numero (140) indica la pressione sistolica o "massima" e il secondo numero (90) indica la pressione diastolica o "minima".
In considerazione di questo dato le ipertensioni arteriose si suddividono in leggere-moderate, quando i valori di pressione diastolica giungono sino a 110 mmHg, ed in gravi, quando i valori sono superiori.
Su 100 pazienti con riscontro di ipertensione arteriosa solo 3 o 4 presentano delle malattie ben identificabili e curabili che hanno causato l'aumento dei valori pressori.
In tutti gli altri casi non è possibile identificare una causa evidente: si parla di ipertensione essenziale.
Si tratta quindi della forma più comune di ipertensione arteriosa, nei confronti della quale esiste una predisposizione familiare e che sarebbe legata ad alterazioni da parte delle cellule nella gestione di due sostanze: il sodio ed il calcio.
Come si presenta: i sintomi ed il loro significato
Normalmente il primo riscontro di ipertensione arteriosa, soprattutto nelle forme lievi, è occasionale. E' difficile che l’ipertensione dia inizialmente dei disturbi: spesso ci si accorge di una pressione superiore alla norma dopo anni dalla sua insorgenza.
A volte è possibile avere, soprattutto nelle forme che presentano subito valori molto elevati: cefalea, sensazione di testa pesante, ronzii alle orecchie, vertigini, perdita di sangue dal naso.
Normalmente i disturbi provocati dall’ipertensione arteriosa sono legati ai danni indotti dalla stessa su alcuni organi che risultano particolarmente sensibili ad elevati valori di pressione arteriosa, soprattutto se questi valori sono mantenuti a lungo nel tempo: il cuore, il rene ed il cervello.
A livello del cuore un’elevata pressione arteriosa può provocare alterazioni del ritmo cardiaco, dolori al petto (espressione di una condizione ischemica del cuore, cioè di un ridotto apporto di sangue rispetto ai bisogni), sino a giungere ad una condizione di insufficienza cardiaca (cioè di incapacità del cuore a far fronte al proprio ruolo di pompa nel sistema circolatorio) che inizialmente si manifesta con mancanza del respiro durante la notte, con necessità di mettersi seduti per respirare meglio, o durante lo sforzo, e con comparsa di gonfiori alle gambe.
Sul rene l’ipertensione produce una progressiva riduzione della funzionalità renale con perdita di proteine nelle urine e riduzione della quantità delle urine. Un’ipertensione arteriosa elevata e mantenuta a lungo nel tempo può danneggiare irrimediabilmente i reni.
I disturbi a carico del cervello sono legati a danni del circolo cerebrale e possono manifestarsi o con compromissioni acute e drammatiche di alcune aree del cervello (ictus) oppure con una lenta e graduale perdita di alcune funzioni quali la memoria, l'attenzione, l'orientamento nello spazio e nel tempo.
Come si fa la diagnosi
L'elemento base per poter fare una diagnosi di ipertensione arteriosa è la precisa misurazione della pressione arteriosa.
Si possono considerare equivalenti tra loro i sistemi di misurazione manuale, che richiedono una certa esperienza, e quelli elettronici a lettura automatica, di uso più semplice e utilizzabili comodamente al proprio domicilio.
Indipendentemente quindi dal tipo di misurazione è importante che questa avvenga in condizioni idonee.
Innanzitutto si deve essere tranquilli e rilassati. La prima volta è opportuno fare una misurazione stando in piedi e una da sdraiati. E' sempre consigliabile fare almeno tre misurazioni a distanza di qualche minuto l'una dall'altra, confrontandole poi tra loro.
Negli ultimi anni si sono sviluppati apparecchi tascabili (Holter di pressione) in grado di misurare ripetutamente la pressione arteriosa nel corso della giornata. Essi offrono il vantaggio di poter controllare l'andamento dei valori pressori nel corso delle varie attività svolte dal paziente nella giornata.
Una volta accertata la presenza di ipertensione arteriosa è opportuno valutare la presenza di possibili cause evidenziabili.
Innanzitutto bisogna escludere la presenza di fattori che, a volte, possono dare ipertensione, quali:
farmaci (gocce decogestionanti nasali, cortisonici, pillola anticoncezionale, antiacidi contenenti sodio);
fumo;
abitudini alimentari (ingestione di liquirizia, consumo di alcool, cibi ricchi in sodio);
obesità.
Si tratterà poi di ricercare l’eventuale presenza di malattie che possono avere dato l'innalzamento della pressione arteriosa.
Per evidenziare malattie del rene si ricorrerà ad un esame delle urine, ad una misurazione mediante prelievo di sangue di alcuni parametri che indicano la funzionalità dei reni quali l’azotemia e la creatininemia, il sodio ed il potassio, e di alcuni ormoni quali la renina e l'aldosterone.
Questi due ormoni, insieme con altri ormoni steroidei verranno misurati per evidenziare anomalie di funzionamento di ghiandole chiamate ipofisi e surrene.
Un dosaggio della quantità di zucchero presente nel sangue e nelle urine potrà mostrare una possibile condizione di diabete, malattia spesso associata all’ipertensione arteriosa.
Per identificare l’eventuale presenza di un tumore (feocromocitoma) potrà essere utile il dosaggio nelle urine e nel sangue di sostanze chiamate catecolamine.
La ricerca nel sangue di particolari anticorpi potrà confermare il sospetto di malattie del sistema immunitario, a volte caratterizzate dalla presenza di ipertensione arteriosa.
Una visita accurata potrà infine identificare la presenza di alterazioni della struttura delle arterie (ad esempio, restringimenti, in punti critici in grado di innalzare la pressione).
Tuttavia nella grande maggioranza dei casi non è possibile identificare alcuna causa alla base dell’ipertensione, ed essa viene definita come ipertensione essenziale.
L’obiettivo diagnostico da perseguire è in questo caso la ricerca di eventuali danni d’organo prodotti dall’ipertensione.
Fondamentale è un’accurata visita cardiologica atta ad evidenziare eventuali stati di sofferenza del cuore indotti dall’ipertensione.
Oltre ad un esame del sangue, con particolare riferimento alla misurazione dei già citati parametri che evidenziano la funzionalità del rene, è importante eseguire una radiografia del torace in modo da identificare eventuali ingrandimenti dell’immagine del cuore, possibile espressione di una ipertrofia, cioè di un aumento della massa del muscolo indotta dalla pressione elevata.
La presenza dell’ipertrofia potrà essere confermata da un elettrocardiogramma.
Eventuali danni dei vasi cerebrali, rischio di un possibile ictus, potranno essere dedotti da un esame dei vasi della retina mediante oftalmoscopio.
Le cure
Nei rari casi in cui venga evidenziata una malattia come causa dell’ipertensione arteriosa, la cura sarà evidentemente diretta al controllo della malattia stessa, attraverso farmaci, come nel caso delle malattie del sistema immunitario o del sistema ghiandolare, o interventi, come nel caso delle stenosi vascolari e delle malattie del sistema ghiandolare non curabili con farmaci.
Nei casi di ipertensione essenziale l'obiettivo della cura sarà invece quello di abbassare direttamente i valori pressori.
Esistono innanzitutto alcune misure che non prevedono l'uso di farmaci, e che si rivelano particolarmente utili nelle forme più lievi.
Esse comprendono la pratica di un esercizio fisico regolare, una dieta a basso contenuto di sale e di grassi, la riduzione del peso, la limitazione nell’assunzione di alcolici.
Quando queste misure non si rivelano sufficienti è giustificato il passaggio all'uso dei farmaci.
Numerosi sono attualmente quelli a disposizione, con diversi meccanismi d'azione il cui risultato finale è comunque quello di ridurre la pressione arteriosa.
I diuretici, che agiscono aumentando la quantità di urina prodotta, riducendo così la quantità di liquido presente nei vasi.
I beta-bloccanti, che riducono la frequenza del cuore, la sua forza di contrazione e a volte possono aumentare il diametro dei vasi, meccanismo detto di vasodilatazione.
I calcioantagonisti, che hanno un’azione di vasodilatazione diretta.
Gli ace-inibitori, che intervenendo sui sistemi renali di regolazione della pressione arteriosa ne determinano l'abbassamento.
Gli alfa-bloccanti, che producono indirettamente vasodilatazione.
I vasodilatatori arteriosi, che agiscono direttamente sui vasi arteriosi dilatandoli.
Gli agenti centrali , che agiscono sulle centraline di controllo della pressione arteriosa collocate a livello cerebrale.
Gli antiserotoninergici, che ostacolano l’azione di una sostanza, la serotonina, in grado di aumentare i valori della pressione arteriosa.
A volte è sufficiente l'uso di uno solo di questi farmaci.
Nei casi più resistenti si ricorre ad una loro associazione.
I controlli durante la cura
L'ipertensione arteriosa è una condizione caratterizzata da una grande dinamicità. Una cura efficace in un dato momento può non esserlo più a distanza di tempo.
E' quindi buona norma sottoporsi a controlli periodici non solo dei valori pressori ma anche di tutti quei parametri che possono indicare eventuali danni d’organo indotti dall’ipertensione.
In particolare sono consigliabili:
un controllo della pressione arteriosa (una volta al mese);
un elettrocardiogramma (una volta all’anno);
controlli dei principali parametri ematochimici (una volta all'anno).
A chi rivolgersi
Il primo riscontro di ipertensione arteriosa avviene generalmente da parte del medico di base.
Ed è sempre lui che è in grado di programmare i primi esami di controllo.
E' per altro opportuno che l'eventuale approfondimento delle indagini venga affidato al medico specialista che imposterà la terapia e ne seguirà l’efficacia nel tempo.
Emorragia intracerebrale da ipertensione arteriosa
L’emorragia intracerebrale è una temibile complicanza dell’ipertensione arteriosa. Di solito può manifestarsi a livello del putamen, talamo, ponte o del cervelletto. Il vaso interessato è di solito una delle arterie penetranti (sono rami dell’arteria cerebrale media) o uno dei tronchi del circolo del Willis dove più frequentemente si verifica la lipoialinosi, una complicanza dell’ipertensione. L’emorragia inizialmente si presenta come una masserella ovale di piccole dimensioni ma con il tempo tende ad accrescersi per dissezione spostando e comprimendo il tessuto adiacente. Di solito tale processo si compie in pochi minuti ma talvolta possono essere necessarie anche 24/48 ore, soprattutto se il pz è trattato con anticoagulanti. Entro 24 ore comincia il processo di fagocitosi da parte dei monociti che riescono a ridurre la massa emorragica in una cavità cicatriziale nell’arco di 1-6 mesi.
La sintomatologia si manifesta rapidamente (un paio di minuti) e consiste essenzialmente in vomito incoercibile ed emicrania di intensità elevata. I segni neurologici sono variabili poiché dipendono dal distretto interessato, comunque sono comuni le alterazioni oculari.
La diagnosi si pone di solito con la TC che è in grado di svelare tutte le masse emorragiche aventi diametro di almeno 1 cm.
La terapia è di solito medica e consiste nella somministrazione di mannitolo allo scopo di ridurre l’edema cerebrale. Il pz deve essere attentamente monitorizzato e la pressione arteriosa deve essere mantenuta il più possibile entro i range della normalità. La rimozione chirurgica dell’ematoma è riservata alle emorragie cerebellari in cui una compressione del tronco encefalico può essere fatale ed in pz comatosi con movimenti oculari riflessi documentabili.
La prognosi dipende dalla sede e dalle dimensioni dell’emorragia.
Di solito vanno considerate a prognosi riservata le lesioni sopratentoriali con
diametro superiore ai 5 cm, mentre le sottotentoriali con diametro maggiore di 3
cm si considerano a prognosi infausta.
METODICHE
DIAGNOSTICHE di
CARDIOLOGIA NUCLEARE
Tra le metodiche di valutazione non invasiva, la Cardiologia Nucleare (nata dalla complementare interazione tra Medicina Nucleare e Cardiologia) ha contribuito in questi anni in modo rilevante alla comprensione di alcuni meccanismi che sono alla base delle malattie cardiovascolari, in particolare la cardiopatia ischemica.
Essa consente di effettuare la diagnosi di cardiopatia ischemica in alcune situazioni in cui gli altri test non invasivi (ECG da sforzo e Holter) risultano di dubbia interpretazione.
Permette inoltre di ottenere una stratificazione prognostica nei pazienti con diagnosi già accertata, in cui è necessario prendere decisioni terapeutiche (terapia medica e/o rivascolarizzazione con angioplastica o by pass aorto-coronarico).
Si possono distinguere varie metodiche di Medicina Nucleare che studiano fenomeni diversi, utilizzando isotopi radioattivi a bassa energia ed a breve durata, con minima inadiazione del paziente:
perfusione miocardica;
funzione ventricolare;
metabolismo miocardico;
traccianti positivi nella diagnosi di infarto miocardico o di rigetto nel cuore trapiantato.
Studio della perfusione miocardica
Questa rappresenta sicuramente la metodica più diffusa e richiesta che trova applicazione nella valutazione delle varie fasi evolutive della cardiopatia ischemica: angina, infarto miocardico, post-infarto, post-rivascolarizzazione.
Attualmente sono disponibili due tracciati che studiano sia la distribuzione del flusso coronarico che l’integrità del tessuto muscolare cardiaco: il Tallio-201 ed il Sestamibi-Tc99m.
Solitamente ad entrambi i traccianti viene associato un test provocativo (prova da sforzo o il test al Dipiridamolo) con paziente senza farmaci da 48 ore e a digiuno dalla sera precedente.
Gli studi possono essere eseguiti anche ambulatorialmente, ma considerando le differenti caratteristiche biometaboliche, la scintigrafia con Tallio-201 si esaurisce nell’arco di una giornata, mentre l’utilizzo del Sestamibi-Tc99m necessita di due giorni.
Nella scintigrafia da sforzo, il tracciante viene somministrato per via endovenosa al massimo dello sforzo o in presenza di alterazioni elettrocardiografiche e/o di sintomi; entro 5 minuti nel caso del Tallio-201 o entro 1 ora nel caso del Sestamibi-Tc99m il paziente viene posto sul lettino della Gamma Camera (che è lo strumento di rivelazione della radioattività) in modo da ottenere delle immagini che sono espressione della distribuzione del flusso coronarico sotto sforzo nei vari segmenti miocardici.
Tali immagini vengono poi ripetute dopo almeno 4 ore nel caso del Tallio-201 o il giorno seguente con il Sestamibi-Tc99m.
Dal confronto delle due serie di immagini (sforzo/riposo) è possibile evidenziare la presenza o assenza di eventuali difetti di perfusione espressione di segmenti del miocardio ischemici e/o infartuati.
Qualora il paziente non sia in grado di eseguire un test da sforzo adeguato o l’ECG non sia valutabile, alla scintigrafia viene associato il test al Dipiridamolo che consiste nella infusione lenta, in 4 minuti, di un farmaco che dilata le arterie coronariche, evidenziando le eventuali discrepanze di flusso.
Quando eseguire la scintigrafia di perfusione ?
In fase diagnostica,
quando:
la prova da sforzo non è stata sufficiente ad escludere o confermare (sintomi senza anomalie dell’ECG o anomalie dell’ECG senza sintomi) la presenza di cardiopatia ischemica;
l’ECG non è valutabile;
il paziente non è in grado di eseguire un test da sforzo (in questo caso è indicato un test al Dipiridamolo).
Di scarsa utilità si è rivelato l’utilizzo diagnostico della scintigrafia di perfusione nelle donne senza fattori di rischio (quindi a bassa probabilità di malattia indipendentemente dall’esito del test) a causa di un’elevato riscontro di test falsamente positivi.
In fase prognostica,
quando si vuole conoscere:
l’estensione dell’ischemia già diagnosticata con altri test;
se e quando una stenosi coronarica, evidenziata alla coronarografia, è in grado di indurre ischemia;
la presenza di ischemia residua nella stessa sede dell’infarto o in altri segmenti miocardici;
se dopo by-pass o angioplastica è ancora presente l’ischemia;
se all’interno di un esteso infarto è presente "miocardio vitale" che potrebbe beneficiare di una rivascolarizzazione.
Anche in fase prognostica, per una più completa e corretta interpretazione dell’indagine scintigrafica è comunque indispensabile un test da sforzo preliminare e, talvolta, anche un ecocardiogramma.
Parallelamente allo sviluppo ed all’affinamento delle metodiche medico nucleari, in questi anni è cresciuta in modo rilevante la richiesta di studi scintigrafici talvolta con indicazioni non corrette.
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METODICHE
DIAGNOSTICHE CARDIOLOGICHE ECG basale: L'attività cardiaca è un fenomeno prevalentemente meccanico, avendo alla base eventi biochimici ed elettrici. Quest'ultimi possono essere rilevati all'esterno da particolari strumenti chiamati elettrocardiografi. L'ECG basale è il più semplice esame strumentale cardiologico e consiste appunto nella rappresentazione grafica degli eventi elettrici propri del cuore. Infatti le varie onde registrate corrispondono a differenti momenti dell'attività cardiaca (contrazione e rilasciamento). L'elettrocardiogramma ha una durata di pochi secondi e di norma accompagna la visita cardiologica evidenziando patologie sospettate durante l'esame clinico oppure decorse in maniera silente e quindi riscontrate casualmente. Le patologie cardiache nelle quali l'ECG riveste rilievo diagnostico sono la cardiopatia ischemica nelle sue manifestazioni cliniche, infarto miocardico e angina pectoris, le aritmie, i disturbi di conduzione. Nella diagnosi delle malattie delle valvole cardiache e nello scompenso cardiaco, l’ECG integrato nel contesto clinico, svolge un ruolo importante. L'ECG basale può non essere sufficiente nella diagnosi di patologie le cui manifestazioni cliniche sono espresse da sintomi non sempre presenti, ad esempio il cardiopalmo. E' evidente come la registrazione dell'ECG durante la manifestazione del sintomo possa aiutare nella conferma o nella esclusione della diagnosi di patologia cardiaca. Viceversa, in assenza del sintomo, la registrazione può evidenziare una situazione di normalità anche in presenza di cardiopatia. Quest'ultimo aspetto è forse il limite maggiore di questa metodica che rimane comunque di fondamentale importanza nella diagnostica cardiologica. ECG da sforzo L’ECG da sforzo consiste nella registrazione del comune elettrocardiogramma durante lo svolgimento di attività fisica. Solitamente lo sforzo è effettuato sulla cyclette o sul tappeto ruotante ed è reso progressivo dall'aumento costante del carico di lavoro attraverso la variazione della pendenza del tappeto o dall'aumento della resistenza opposta dai pedali della cyclette. Durante la prova, il ritmo cardiaco è tenuto costantemente controllato attraverso monitor collegati all'elettrocardiografo. Viene altresì registrata, durante i vari carichi di lavoro, la pressione arteriosa. Rispetto all'ECG basale, questa metodica offre maggiori informazioni in quanto sollecita il cuore ad aumentare il lavoro svolto evidenziando patologie non rilevabili in condizioni di riposo. Le cardiopatie che trovano indicazione a questo esame sono la cardiopatia ischemica, in particolar modo l'angina pectoris e l'infarto miocardico nelle fasi successive all'episodio acuto. Altre indicazioni riguardano lo studio della capacità funzionale del sistema cardiovascolare nelle situazioni di scompenso cardiaco. Durante l'esame, particolare attenzione è rivolta ai sintomi avvertiti dal paziente ed alla loro correlazione con le eventuali modificazioni dell'elettrocardiogramma. La prova ha una durata media di circa 30 - 45 minuti, variando in relazione alle condizioni cardiovascolari e all'età del paziente ed è svolta presso laboratori attrezzati per fronteggiare qualunque complicanza insorgente durante la prova. L'ECG da sforzo è una metodica estremamente sicura se condotta secondo i protocolli standard ed è possibile eseguirla in quasi tutti i centri di diagnostica cardiologica. ECG dinamico secondo Holter Questa metodica consiste nella registrazione prolungata del comune elettrocardiogramma e, a differenza di quest'ultimo, il tracciato viene trascritto su un comune nastro magnetico o mediante dispositivi a memoria solida e successivamente elaborato dal computer. Il registratore Holter viene collegato, tramite comuni cavi per elettrocardiografo, al paziente ed avendo dimensioni ridotte (paragonabili ad un libro tascabile) non interferisce con le normali attività quotidiane. Il dispositivo viene applicato ambulatorialmente e la registrazione dura in genere 24 ore, durante le quali il paziente è invitato a svolgere le abituali attività, compreso eventuali sforzi fisici. Durante l'esame è importante la corretta compilazione di un diario dove vengono annotate le varie attività svolte, gli eventuali sintomi avvertiti e la loro correlazione temporale. Questo aspetto è di grande importanza per mettere in relazione eventuali modificazioni del tracciato elettrocardiografico con i disturbi avvertiti o le attività svolte. L'Holter trova indicazione soprattutto nell’individuazione delle aritmie cardiache e dei disturbi di conduzione; fornisce inoltre informazioni importanti riguardo alla cardiopatia ischemica , in special modo nelle fasi successive ad infarto miocardico, contribuendo alla valutazione di eventuali rischi aggiuntivi. E’ un esame innocuo, privo di controindicazioni ed eseguibile facilmente presso tutti i centri di diagnostica cardiovascolare. Ecocardiogramma L'ecocardiografia è una metodica diagnostica che permette la visualizzazione diretta delle strutture cardiache. Per l'ottenimento delle immagini viene sfruttata l'energia legata agli ultrasuoni. Quest'ultimi sono suoni con frequenze elevatissime, non udibili e possono essere diretti in fasci obbedendo alle leggi di riflessione e rifrazione. Gli ultrasuoni vengono emessi da particolari sonde e le immagini ottenute elaborando le onde riflesse sono generalmente di ottima qualità, potendo evidenziare le varie componenti del cuore(atrii, ventricoli, valvole). Grande importanza inoltre riveste l'osservazione del movimento delle pareti cardiache. A complemento dell'ecocardiografia tradizionale si è recentemente sviluppata l'ecocardiografia color-doppler particolarmente idonea allo studio dei flussi di sangue all'interno delle cavità cardiache e attraverso le valvole. Si tratta di un esame innocuo ed indolore, ha una durata media di circa 30 minuti. Quasi tutte le patologie cardiache trovano indicazione all'ecocardiografia, in particolar modo le valvulopatie, le cardiomiopatie di diversa eziologia e naturalmente nella cardiopatia ischemica. Fondamentale è il contributo diagnostico che si può ottenere nelle cardiopatie congenite sia del bambino che dell'adulto, inoltre può fornire informazioni decisive circa i tempi e le modalità degli interventi cardiochirurgici relativi alle valvulopatie. Uno sviluppo ulteriore dell'ecocardiografia è rappresentato dalla metodica transesofagea, esame invasivo che sfrutta la vicinanza dell'esofago alle pareti cardiache permettendo una migliore definizione di alcune parti del cuore. Il generatore di ultrasuoni è montato all'apice di un tubo per endoscopia e trova indicazione soprattutto nelle cardiopatie congenite, valvolari e per la visualizzazione di trombi endocavitari. Anche questa metodica, ad eccezione dell'eco-transesofageo, è facilmente eseguibile presso tutti i centri di diagnostica cardiovascolare. Coronarografia La coronarografia è una metodica diagnostica invasiva poichè prevede l'introduzione di cateteri nel sistema arterioso e consiste nella visualizzazione delle arterie coronarie attraverso l'iniezione di un mezzo di contrasto direttamente all'origine dei vasi coronarici ed alla successiva raccolta delle immagini con tecnica radiografica tradizionale. La metodica si serve quindi dei raggi X come fonte d'energia e permette di studiare l'anatomia del circolo coronarico. L'esame viene effettuato in anestesia locale e solitamente l'introduzione dei cateteri avviene a livello delle arterie femorali in regione inguinale. Il catetere viene fatto avanzare in aorta e poi all'imbocco delle arterie coronarie dove l'iniezione del mezzo di contrasto riempie e opacizza i vasi definendone i contorni interni. In questo modo è possibile evidenziare eventuali ostruzioni, costituite generalmente da placche aterosclerotiche, all'interno dei vasi coronarici. Si tratta generalmente di un esame molto ben tollerato dal paziente il quale avverte solo una puntura nella sede d'introduzione del catetere ed è gravato da una bassissima incidenza di complicanze. L'indicazione alla coronarografia ,tranne nei casi urgenti legati a patologie acute, viene solitamente posta dopo aver eseguito gli altri esami diagnostici cardiologici (ECG da sforzo, ecocardiografia, scintigrafia miocardica) e riguarda in particolar modo la cardiopatia ischemica che non risponde adeguatamente al trattamento con farmaci oppure nelle situazioni considerate a maggior rischio per il paziente. E' importante sapere che l'indicazione alla coronarografia viene generalmente posta in previsione di un intervento di rivascolarizzazione miocardica tramite dispositivo con palloncino (angioplastica) oppure con by-pass aorto-coronarico. L'esame ha una durata variabile a seconda delle condizioni del paziente e della facilità ad ottenere le immagini volute, mediamente di circa 60 minuti. La metodica prevede un breve ricovero ospedaliero della durata di 2-3 giorni anche se recentemente sono stati ottenuti tempi di ricovero non superiori alle 24 ore, ed è eseguibile presso centri ospedalieri dotati di laboratori di emodinamica. |