L' AIDS
Il contagio da virus HIV avviene solo ed
esclusivamente attraverso il contatto con sangue, sperma o mucose vaginali
infette. L'uso di una siringa non sterile per iniettarsi sostanze stupefacenti
in vena è frequente tra i tossicodipendenti: questo espone ad un elevato
rischio di infezione. Gli omosessuali maschi sono invece stato il gruppo più
colpito dal contagio per via sessuale in quanto alcune caratteristiche delle
loro abitudini sessuali, quali la frequenza, la promiscuità e le modalità
stesse dell'atto sessuale, predispongono maggiormente alla trasmissione del
virus.
Attualmente però è la diffusione dell'infezione tra gli eterosessuali ad
essere in preoccupante ascesa.
L'infezione comincia quando il virus HIV penetra nell'organismo umano, o
direttamente attraverso il circolo sanguigno, oppure per via mediata, secondo le
seguenti modalità: attraverso ferite o punture accidentali; attraverso liquidi
biologici contaminati come quelli sessuali; per via prenatale o perinatale da
madre a figlio.
Il lasso di tempo che intercorre tra la penetrazione del virus e la
sieroconversione è il periodo di latenza o di "finestra immunologica";
nel 95% dei casi dura dalle 3 alle 12 settimane, comunque entro sei mesi la
risposta corporale è presente a tutti gli effetti. Con la sieroconversione
inizia l'infezione cronica da HIV, con un lunghissimo periodo di incubazione, in
cui il virus è addormentato, o comunque, poco attivo. La replicazione è
infatti scarsa; il virus non è riscontrabile nel siero, mentre è possibile
individuare gli anticorpi specifici in gran parte non neutralizzati.
Come si fa diagnosi
La presenza del virus HIV all'interno di un
organismo può essere accertata solo attraverso il test.
Il test più usato nei laboratori è l'ELISA. Basato su una metodologia
immunoenzimatica è il test più semplice e di gran lunga più usato, non solo
perché di facile esecuzione e poco costoso, ma anche perché molto affidabile e
con una sensibilità e specificità superiore al 98%. Nel caso in cui il test
dia risultato positivo, viene ulteriormente controllato con un secondo test, il
Western Blot, il quale permette di individuare gli anticorpi specifici per i
vari antigeni virali ed ha la funzione specifica di conferma della positività
di un altro test anticorporale.
Il test per la sieropositività deve essere eseguito quando si ritiene di avere
avuto un "comportamento a rischio", ovvero quando si è venuti a
contatto con del sangue infetto, o ritenuto tale, oppure quando si hanno avuti
rapporti sessuali con partner occasionali.
Il test va eseguito non prima di 6-8 settimane dal comportamento a rischio e
ripetuto a sei mesi dal presunto contagio, questo perché esiste un periodo di
latenza del virus che precede la formazione all'interno del sangue degli
anticorpi anti-HIV, che prende il nome di "periodo finestra",
sottoporsi al test prima che sia trascorso questo periodo può generare false
certezze di non avvenuto contagio del virus.
Il risultato del test è assolutamente anonimo e personale; il personale medico
che esegue il test è vincolato dal segreto professionale, regola fondamentale
della deontologia medica. Tuttavia far conoscere il risultato del test ad altri
medici è lecito e doveroso se corrisponde agli interessi del malato. Alcuni
farmaci, ad esempio, vanno evitati per le persone sieropositive; alcuni
interventi chirurgici vanno ben meditati prima di essere praticati. In questi
casi, lo specialista che deve intervenire, opererà al meglio se dispone di un
quadro completo sullo stato di salute della persona che gli viene affidata.
Le terapie
La crescita esponenziale degli infetti da HIV
e della mortalità correlata ha stimolato la ricerca di un agente antivirale
capace di guarire gli ammalati e di un vaccino efficace per prevenire
l'infezione. Purtroppo, per ora, nessuno di questi due obiettivi è stato
raggiunto.
Negli ultimi anni si è avuto un grosso impulso nella preparazione e nella
sperimentazione dei cosiddetti farmaci antiretrovirali: queste sostanze sono in
grado di limitare la replicazione del virus, ma sono purtroppo caratterizzate da
una certa tossicità.
Si deve ancora trovare il "tallone di Achille" del virus, per questo
la battaglia viene soprattutto giocata nella ricerca scientifica che si propone
di svelare il complesso ed articolato mosaico dei meccanismi d'azione e di
comportamento del virus: penetrazione nelle cellule, replicazione, mutamento
della propria struttura genetica, resistenza ai farmaci e così via. Una volta
svelati tutti i segreti ci sarà la concreta possibilità di arrivare in tempi
brevi ad una terapia efficace ed un vaccino sicuro.
Attualmente solo la terapia antivirale è in grado di allungare la vita,
rallentando il decorso dell'infezione e quindi della evoluzione letale e,
sembra, di ridurre la percentuale di contagiati che progrediscono verso la
sindrome terminale. La zidovudina è finora il farmaco maggiormente usato, sia
nei pazienti sintomatici che in quelli asintomatici, che ha dato risultati
apprezzabili, soprattutto a livello pediatrico. Restano però ancora alcuni
effetti collaterali indesiderati quali nausea, mialgia, insonnia e forte
cefalea. La "tossicità" di questo farmaco è comunque arginabile
ricorrendo ad un monitoraggio, che deve essere eseguito con la frequenza di due
settimane per i primi due mesi di trattamento, ed in seguito con una cadenza
mensile, sulle cellule del sangue e sull'emoglobina. È inoltre essenziale che
vi sia un buon "Counselling"; il counselling consiste in una stretta e
costante relazione tra sieropositivo, medico, psicoterapeuta e famigliari, ai
fini di convincere il malato ad usare tutte le precauzioni possibili per
impedire la trasmissione del contagio e fornire un valido appoggio psichico e
sociale.
Per quanto riguarda il vaccino, che normalmente si usa ai fini di produrre
anticorpi protettivi, quelli prodotti finora contro l'HIV non sono risultati
validi; le speranze di successo sono limitate per la grande variabilità dei
virus finora isolati, anche se molti scienziati invitano a nutrire fondate
speranze. La sperimentazione inoltre è difficile: la prova risolutiva, infatti,
consisterebbe nell'inoculare il virus in soggetti sani, per poter valutare se il
vaccino protegge realmente dall'infezione. Una procedura che non è certamente
etica nell'uomo e che non può essere utilizzata sugli animali, poiché l'HIV,
per il momento, produce l'infezione solo nell'essere umano.
Altre considerazioni
È doveroso ricordare che occorre fare una
netta distinzione tra sieropositività ed AIDS. Essere sieropositivi significa
aver semplicemente inoculato il virus HIV, il quale può rimanere latente
all'interno dell'organismo umano per un periodo di tempo molto lungo che può
superare i dieci anni. L'AIDS arriva quando il virus comincia a riprodursi
all'interno delle cellule in modo significativo tanto da compromettere
sensibilmente le naturali difese immunitarie del soggetto malato.
Sono molte, e sicuramente importanti, le implicazioni fisiologiche che comporta
questa malattia, ma altrettanto importanti sono le implicazioni psicologiche che
colpiscono tutti i soggetti; sia quelli sintomatici che asintomatici. È
dimostrato che apprendere di essere sieropositivi cambia completamente la vita
psicologico-relazionale del soggetto.
Di norma sono tre le fasi psicologiche nelle quali la maggior parte dei soggetti
incorrono: la crisi iniziale, la fase di transizione ed, infine, quella di
accettazione ed adattamento.
La crisi iniziale ha, normalmente, la durata di qualche settimana. È spesso
caratterizzata da fantasie di morte, blocco delle capacità di progettazione,
cambiamenti dello stile di vita, aumento delle richieste di supporto sia
affettivo che sociale, e da una generale ambivalenza emotiva ed instabilità
affettiva.
Superata la crisi iniziale, nel giro di qualche settimana, il soggetto entra in
quella di transizione, nella quale indirizza verso se stesso o verso gli altri
la rabbia e l'aggressività. Si verifica una notevole diminuzione dell'autostima
associata a senso di colpa per gli avvenimenti che hanno condotto l'individuo
allo stato attuale. Si manifestano, inoltre, atteggiamenti contrastanti nei
confronti dell'attività sessuale: dalla completa astinenza all'aumento della
promiscuità con modalità persecutorie e paranoidi. Vi è, inoltre, un rifiuto
dei controlli clinici e delle terapie con il trasferimento dell'attenzione al
proprio corpo con modalità ipocondriache.
Una volta superata questa fase si arriva a quella di accettazione ed adattamento
che è caratterizzata dall'alternarsi ed il sovrapporsi di sentimenti depressivi
con risposte aggressive legate all'angoscia di un evento indefinibile ed
incontrollabile. Quando il soggetto raggiunge questa fase viene attuata una
ridefinizione delle strategie di vita quotidiana e dei progetti esistenziali; vi
è, inoltre, una maggiore collaborazione con l'équipe di medici curanti. La
malattia viene vissuta su una base meno emotiva e più razionale. È frequente
in questa fase riscontrare conversioni religiose o adesioni ad attività
assistenziali nell'area dell'AIDS.
Durante il periodo in cui il soggetto passa dalla fase asintomatica a quella
sintomatica è possibile, ed anche comprensibile, che vi siano delle ricadute e
delle nuove fasi di accettazione ed adattamento.
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